Cannabis & Cognition di Camilla Tombetti

Il tema della legalizzazione delle droghe leggere rappresenta il cuore di un dibattito sempre acceso e che difficilmente riesce a trovare una soluzione che appaghi i diversi oppositori. Giovedì 20 Aprile è stata celebrata a Milano “la giornata mondiale della marijuana”; i Radicali si sono riuniti in Stazione Centrale per distribuire semi di cannabis. Ma è vero che la legalizzazione comporterebbe un effettivo aumento dell’utilizzo? Dal punto di vista prettamente consumistico, nei Paesi Bassi, dove vi è una maggior tolleranza politica nei confronti delle droghe leggere, non pare esserci alcuna evidenza tra la legalizzazione delle droghe e una maggior attitudine al consumo delle stesse. Al di là delle questioni strettamente politiche che non vogliono essere il tema di quest’articolo, vorrei piuttosto riportare alcune ricerche scientifiche focalizzate sulle conseguenze che l’utilizzo di droghe, seppur leggere, comporterebbe. Ritengo infatti che il problema non sia da ridursi al semplice consumo – non consumo, ma penso che sia necessario porre attenzione da un lato sulla fase di vita durante la quale se ne fa uso e dall’altro sulla misura in cui la si consuma. Il nostro cervello è un organo altamente plastico che comincia a svilupparsi in una fase molto precoce della nostra crescita – ovvero già nella fase gestazionale – e che continua il suo sviluppo anche oltre i vent’anni di età. Quindi, punti di forza come la plasticità e la malleabilità di quest’ultimo, possono rivelarsi punti di debolezza quando il nostro cervello entra in contatto con sostanze tossiche in fasi così delicate dello sviluppo, quando cioè i circuiti neurali non sono ancora ben strutturati, ma si trovano nel bel mezzo della fase di crescita. Recenti studi associano a un precoce consumo di cannabis una maggior predisposizione a manifestare deficit neurocognitivi. In particolar modo, le prestazioni cognitive maggiormente inficiate sono rappresentate dalle funzioni cognitive superiori come l’attenzione e la memoria, la fluidità verbale e il controllo del movimento. Questo perché le aree cerebrali adibite al controllo di suddette attività, sono le stesse che presentano un alto numero di recettori cannabinoidi e che quindi si rivelano maggiormente sensibili al THC, principio attivo della cannabis. Per quel che riguarda il quanto – e cioè la concentrazione di THC che si consuma- un altro recente studio dimostrerebbe che un’alta dose di THC (maggiore al 13%) abbia un impatto negativo sia sulle funzioni esecutive (capacità cognitive che utilizziamo quando ci troviamo ad affrontare situazioni nuove e che quindi richiedono uno sforzo cognitivo maggiore) sia sul controllo motorio. Dal momento che non è ancora chiaro se sia possibile un effettivo margine di recupero una volta che se ne sospende il consumo, sarebbe più efficace concentrarsi sulla prevenzione e sulla messa in atto di quei fattori protettivi che possono ridurre il rischio di utilizzo. Ricordate l’importanza di condividere il pasto con i propri familiari…?

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